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Secondo appuntamento, sabato 15 febbraio, alle ore 17.00, al Ridotto del Teatro Regio di Parma con il critico e giornalista Guido Barbieri.

febbraio 14, 2020

SECONDO APPUNTAMENTO CON GUIDO BARBIERI  PER CONOSCERE E APPROFONDIRE GLI ASPETTI MUSICALI E CULTURALI DEL NOVECENTO.

Al Ridotto del Teatro Regio di Parma, il 15 febbraio 2020, ore 17.00.

Secondo appuntamento sabato 15 febbraio alle ore 17.00 al Ridotto del Teatro Regio di Parma con il critico e giornalista Guido Barbieri che approfondirà il rapporto tra il Tempo e la musica del Novecento nel secondo appuntamento del ciclo di incontri I vortici del tempo. Memoria, durata e percezione nella musica del Novecento, realizzato in occasione dei prossimi appuntamenti della Stagione Lirica (Pelléas et Mélisande, Ascesa e caduta della Città di Mahagonny), della Stagione Concertistica (Il Tempo dell’Europa) e di ParmaDanza (Quartetto per la fine del Tempo) che costituiscono il progetto speciale del Teatro Regio per Parma Capitale Italiana della Cultura 2020.

 

Partendo da un’intervista di Gérard Grisey, che nel 1985 individuò le tre dimensioni in cui tempo e suono si intarsiano l’uno dentro l’altro, dopo aver approfondito le poetiche del frammento e del silenzio da Claude Debussy a Giacinto Scelsi, Guido Barbieri svilupperà, con la proposta di ascolti e brani audio-video, il tema La carne del tempo sulla ricerca del “suono nuovo” e la rivoluzione elettroacustica tra Edgard Varèse a Karlheinz Stockhausen.

 

Il prossimo e ultimo appuntamento il 29 febbraio approfondirà La pelle del tempo, epifanie del “comico” e pratica dello straniamento tra Kurt Weill a Gyorgy Ligeti.

 

“Theodor Wiesengrund Adorno sostiene che il “significato” della musica è solo ciò che si svolge nel tempo – spiega Guido Barbieri. Il suono cioè, secondo il filosofo tedesco, acquista senso soltanto quando si dispone lungo una linea temporale definita e acquista, compiendo questo movimento, una precisa fisionomia formale. Suono, tempo e forma sono dunque le pietre angolari del linguaggio musicale. La filosofia, la scienza, l’estetica del Novecento hanno profondamente modificato, rispetto al secolo precedente, lo status epistemologico di queste tre categorie fondamentali. Il suono si è liberato del suo rapporto con le durate e le altezze e ha rotto la barriera che lo divideva dal rumore (“Io non scrivo note, scrivo suoni” – dice Salvatore Sciarrino), il tempo – grazie alla teoria della relatività di Einstein – ha superato la propria linearità e ha scoperto di possedere dimensioni molteplici e relative, la forma – non soltanto in musica – non è più un regola “a priori”, uno schema regolativo (come ad esempio la forma sonata), bensì la proprietà specifica di ogni singola opera”.

 

“La rottura di questi paradigmi ha generato una frattura, di entità del tutto inedita, tra la musica classico-romantica e quella del Novecento. Ma quale è il vero punto di rottura, la svolta angolare? Molti hanno individuato la sorgente del cambiamento nell’introduzione del metodo dodecafonico di Arnold Schönberg che incide pero soltanto sul parametro, molto parziale, delle altezze dei suoni. Altri lo fanno risalire alla pratica del serialismo integrale che caratterizza una parte della Nuova Musica degli anni Cinquanta. Ma anche in questo caso si tratta di una rivoluzione “locale” che non incide, ad esempio, sulla concezione del suono”.

 

 

“C’è in realtà – sotto il cielo del Novecento – una rivoluzione sotterranea, meno visibile, ma forse più profonda. Ed è quella che riguarda, appunto le due dimensioni integrate del tempo e del suono. In due alvei specifici e lontani vanno forse ricercate le vere scaturigini della rivoluzione novecentesca: per un verso nella nuova idea di tempo generata dalla poetica del silenzio e del frammento di Claude Debussy, per l’altro nella invenzione del suono nuovo praticata da Edgard Varèse. Una delle teorizzazioni più lucide di questa metamorfosi la si deve a Gérard Grisey che in una intervista del 1985 ha individuato le tre dimensioni specifiche in cui tempo e suono si intarsiano l’uno dentro l’altro e ha introdotto i concetti fondamentali di “scheletro del tempo”, “carne del tempo” e “pelle del tempo”. Il ciclo di tre conversazioni, il cui titolo consiste nella traduzione rovesciata di una delle opere cardine di Grisey, Vortex temporum, segue appunto il filo rosso della sua intuizione. Si tratta di un percorso che affianca, concedendosi scarti e divagazioni, la programmazione delle opere e dei concerti di “Parma Capitale della Cultura” e che cerca di individuare i punti nodali, le svolte cruciali, gli incontri imprevedibili tra tempo e suono nella musica del secolo breve. O forse del secolo più lungo della storia delle idee. Un vortice, per l’appunto, che trascina con sé le nostre certezze e le nostre convinzioni”.

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